Checco Zalone: “Devo tutto a mio zio Nino, ma senza culo non vai da nessuna parte”

Intervistato da Vanity Fair, il comico pugliese si racconta a tutto tondo, dagli inizi difficili al successo di "Tolo Tolo"

Tolo Tolo, il quinto film di Checco Zalone, ha incassato al 9 dicembre 2020 la bellezza di 36,4 milioni di euro. Una commedia divertente e soprattutto politicamente scorrettissima, che prende per i fondelli tutti, da destra a sinistra, come vi abbiamo raccontato nella nostra recensione. Quel che si conosce meno di Luca Medici è il suo passato, che il comico pugliese ha raccontato proprio quando il suo film è in tutte le sale.

Checco Zalone immigrato prima degli altri

Intervistato da Vanity Fair, Zalone rivela che prima dell’incontro decisivo con Gennaro Nunziante a Telenorba, ha fatto mille lavori, non tutti con successo. Anzi: i primi tentativi nel mondo dello spettacolo furono un autentico fallimento.

“Il picco dell’umiliazione – rivela l’attore – fu quando mi chiesero di suonare un pianoforte vestito da Babbo Natale. Comunque lo picchiassi o per quanto lo scuotessi con delicatezza, quel piano scassato non restituiva mai una nota tenue. Io sul palco, senza renne, vestito di rosso e di bianco per 50 euro d’ingaggio e sotto di me il pubblico inferocito che mi chiedeva di fare meno rumore, di non disturbare la festa”.

In quel periodo è stato rappresentante farmaceutico e aspirante poliziotto, ma il concorso non andò a buon fine. Poi arrivò l’opportunità di Zelig, che lo costringeva a viaggiare di continuo da Bari a Milano. “Il primo migrante – ricorda Checco – ero io. Un migrante disperato come tutti i migranti. Ho capito di avere un potenziale quando ho inseguito i miei sogni. C’è stata un’epoca abbastanza buia in cui mi sembrava che non esistesse niente di più importante che avere un’indipendenza economica. Volevo qualche euro in tasca, una macchina tutta mia, un orizzonte sereno. Volevo il posto fisso”.

Da queste esperienze personali sono nati i soggetti dei suoi film, da Cado dalle nubi a Quo vado?. “Le ho provate tutte – ammette oggi – e non mi sono arreso. Sono stato fortunato, anzi fortunatissimo perché senza una buonissima dose di culo non vai da nessuna parte, ma quando ho avuto un’occasione ho dimostrato di sapermela meritare. Mi mandavano in onda, funzionavo, facevo ridere”.

L’occasione per l’esordio al cinema gliel’ha data il suo produttore storico: Pietro Valsecchi. La sua prima telefonata fu un’illuminazione. “Io – rivela Zalone – non sapevo chi fosse. Al telefono capisco soltanto due parole: Cortina e aereo. Chiamo Gennaro Nunziante e gli dico: ‘Mi ha cercato un certo Valsecchi’. Sento un silenzio dall’altra parte, poi un gorgoglio che somiglia a un’esultanza. ‘Ma sai chi è Valsecchi? Dobbiamo portargli subito una storia’. Così in pochi giorni tiriamo giù il canovaccio di Cado dalle nubi. A Cortina andai. Pietro versava vino e grattugiava tartufo, che detesto, come fossero coriandoli o soldi del Monopoli. Feci finta di niente, stetti male, vomitai fino all’alba e tenni duro. Il resto è una lunga storia”.

Un primo piano di Checco Zalone
Checco Zalone (foto: Facebook @Taoduefilm)

Checco Zalone, Tolo Tolo approdo di una carriera difficile

Se oggi Checco è il comico più amato d’Italia, lo deve anche ad un mitico personaggio di famiglia: lo zio Nino. È stato lui ad insegnargli l’arte della comicità cinica e spiazzante che ha portato sul palco e sullo schermo.

“Zio Nino – dice l’attore – aveva, si dice bonariamente, una clamorosa faccia da culo. Si era specializzato in epitaffi e quando in famiglia moriva qualcuno e tutti, più di qualcuno anche in maniera ipocrita, si stracciavano le vesti davanti al feretro, Nino entrava in scena a modo suo. Ti gelava. Diceva delle cose tremende e irripetibili. Indifferente alla bara e al lutto, Nino ribaltava il quadro. Spesso ingiuriava il defunto e io che avevo 10 anni ridevo come un pazzo. Forse il gusto, il senso, direi il dovere di disturbare con una nota dissonante mi è venuto da lì”.

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