Perché il nuovo film di Paolo Sorrentino piace a tutti

Dicono che La Mano Di Dio – l’ultimo film di Paolo Sorrentino, attualmente candidato agli Oscar come miglior film straniero – sia la più bella opera del regista, la più sentita, la più autobiografica, la più emozionante.

La critica internazionale l’ha acclamato al Festival di Venezia (“È l’opera di un regista che padroneggia appieno le sue capacità – scrive l’Hollywood Reporter – prima le caleidoscopiche vignette di vita familiare che rendono la prima metà una delizia attraverso la modulazione flessibile del tono, poi una tragedia spinge a passare a uno stato d’animo più riflessivo“), così come l’Italia, che in questi giorni ha avuto accesso alle prime anteprime stampa, ha fatto fioccare 5 stelle su tutte le recensioni.

Luisa Ranieri, Marlon Joubert, Filippo Scotti, Paolo Sorrentino, Tony Servillo, Teresa Saponangelo durante l’anteprima stampa a Napoli

In un momento in cui il ritorno al cinema, dopo un anno e mezzo di restrizioni, sta vivendo di grande ‘hype’ ed entusiasmi, e dove gli spettatori vengono irretiti da aggettivi come ‘ECCEZIONALE’ e ‘IMPERDIBILE’ nei titoli di giornale, dal nuovo film di Sorrentino ci si aspetta qualcosa di ancora più difficile, ovvero che il regista premio Oscar continui a superare sé stesso, rinnovandosi senza tradirsi e spostando l’asticella del suo talento ancora un po’ più in su. Missione possibile?

Nel nuovo film di Paolo Sorrentino si ride davvero, ma con delicatezza, per affinare la sensibilità al dolore che verrà

Va detto subito che È stata la Mano di Dio è un film che inizia con leggerezza e che fa genuinamente ridere. L’affinità giocosa e tangibile dei due protagonisti – Tony Servillo e Teresa Saponangelo, rispettivamente. il papà e la mamma del giovane Fabietto Schisa (Filippo Scotti) – dipinge in modo immersivo un affresco caro a qualunque famiglia italiana/meridionale medio-borghese degli anni ’80: i pranzi allargati con i parenti, le malelingue e gli sfottò, la zia ‘pecora nera’ giudicata o amata in silenzio, i vicini con le loro microstorie intrecciate, i dialoghi spezzati, i silenzi e le grida tra le mura domestiche, i vecchi telefoni, la violenza, la cucina, le zuppe di latte, le videocassette a noleggio, il campionato.

Questo ‘memoriale’ affettivo della Napoli in cui il giovane Sorrentino è cresciuto decostruisce con realismo l’ideale della famiglia perfetta, quella dove i ruoli sono distinti, i genitori fanno i genitori e i figli fanno i figli. La conseguenza dell’incapacità di essere nei propri ruoli si ripercuote sul percorso del protagonista, Fabietto, che nella sceneggiatura ricalca quasi fedelmente la vera storia del regista da ragazzo, e la cui evoluzione corre su due velocità:

  • da un lato, quella del suo carattere da ragazzino riservato, affettuoso e introverso, che pian piano impara ad aprirsi verso sogni, speranze e futuro: “Ma sei pazzo?” chiede Fabietto ad un certo punto ad un suo coetaneo, un contrabbandiere che vive la sua vita sul gommone, tra rischio e vita godereccia, che lo porta a Capri di notte per andare a ballare. E lui risponde: “No, sono giovane“. La gioventù però da sola non basta: Maradona, citato nel titolo del film e onnipresente nei discorsi dei protagonisti, arriva ad arricchire il concetto di crescita con il suo esempio di ‘perseveranza’. A Fabietto, che ad un certo punto capisce che ‘il cinema non serve a niente, ma distrae dalla realtà, e la realtà è scadente‘, tutto questo serve per tracciare la sua direzione e mettersi in viaggio verso il suo posto nel mondo
  • dall’altro, quella dell’infanzia che diventa età adulta in modo imprevedibile, doloroso e necessario

In questo senso sembra esserci un sotto-testo quasi terapeutico nel film di Paolo Sorrentino: l’elaborazione di una perdita, quella dei genitori, avvenuta a 16 anni, in circostanze tragiche, che sia nella vita reale che nella narrazione cinematografica ha lasciato non un semplice vuoto, ma un dolore che è diventato qualcosa da dire, qualcosa su cui costruire, una lente attraverso cui vedere la vita, l’arte, il cinema.

Cosa c’è dentro ‘È stata la mano di Dio’

Come temi, in È stata la Mano di Dio c’è di tutto: le prime impressioni felliniane, magiche e circensi, dell’immaginario dei film di Sorrentino, gli insegnamenti terreni e perfezionisti di Capuano (“Senza conflitto non si progredisce – dice il personaggio che interpreta Capuano nel film e Sorrentino conferma: “Quando gli ho sottoposto il mio primo film il vero Capuano ha messo il dito nella piaga in ogni critica. E mi è servito tantissimo“); ma anche la ‘fede monoteista’ del culto di Maradona, il fascino noioso della medio-alta borghesia e l’ammirazione per chi vive davvero libero.

E a proposito di noia: “Il cinema per me è sempre stata una possibilità di svago – ha confessato il regista durante la conferenza stampa – e a forza di presentare questo film, e di parlare del mio lutto, il mio dolore è diventato ormai noioso e quotidiano. E cosa c’è di meglio che scocciarsi del proprio dolore?” Ecco perché una delle forti anime di È stata la mano di Dio, è per l’appunto ‘terapeutica’. E questo, secondo noi, è uno dei motivi principali per cui sta riuscendo a piacere a tutti, e tanto: per il modo in cui tocca le leve primordiali dell’umanità davanti al male.

Insieme al regista, infatti, lo spettatore prende consapevolezza e riscrive le ferite contenute nella sua storia personale, interiorizza le sbavature di una vita imperfetta per guardarla dalla giusta distanza, con la più giusta e poetica prospettiva. Benché il celebre regista dell’Uomo in più e de La Grande Bellezza non abbia evidenziato un particolare cambio stilistico, È stata la Mano di Dio adatta questi temi ad un’estetica rinnovata, un ritmo di racconto vitale ed una fotografia consistente, pragmatica. Ed è questo il modo che Sorrentino ha avuto per auto-confrontarsi con i suoi stessi standard di eccellenza e talento mozzafiato: darsi e dare quel suo posto nel mondo attraverso il racconto della genesi del suo cinema.

Questo significa che è una storia auto-referenziale e dedicata alla sua figura?

Niente affatto: era (per usare le sue parole) un film che aveva voglia di fare, di cui ha sentito la necessità. Ed è anche anche un regalo onesto alla sua città, una sorta di restituzione di un’eredità che ha raccolto durante la sua carriera – lo notiamo dalla scelta e la valorizzazione di location sorprendenti quanto intime e sospese, ma anche dalla scelta di voci e volti di attori del calibro non solo di Servillo, ma anche di Enzo de Caro, Renato Carpentieri, Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo e molti, molti altri.

Infine, leggiamo nella struttura portante del film un altro ‘padre fondatore’ di Napoli: Massimo Troisi, con il suo approccio al cinema, le situazioni da commedia che portava in scena, il suo essere vero e malinconicamente ‘distaccato’ dalla vita.

Nessun avvicinamento al ‘realismo’, dunque, ma piuttosto l’esigenza di raccontare una grande, universale ed emozionante verità.


È stata la Mano di Dio sarà al cinema dal 24 novembre e su Netflix dal 15 dicembre.